Di privacy e carte di identità

Per evitare di ripetere cento volte le stesse affermazioni, forse è meglio metterle qui una volta per tutte.

Il dibattito sulla proposta Marattin (chi non sa di cosa si tratti può pure saltare il resto dell’articolo) è vivacissimo proprio perché mette di fronte due istanze egualmente degne di attenzione:

  • il diritto all’anonimato (si pensi a chi vive in un paese totalitario)
  • la necessità di perseguire chi viola la legge

Le mie credenziali in questo campo non derivano dai miei studi né dalla mia attività professionale, quanto dal fatto di aver operato quale consulente pro bono in alcuni Paesi che non potremmo definire “dittature” tout court, ma ove le libertà personali potrebbero risultare più ristrette che (almeno non ufficialmente) nei paesi dell’Europa Occidentale.

In questi viaggi verso Est o verso Sud i miei interlocutori erano quasi sempre accademici o intellettuali e l’argomento – sembra incredibile – è saltato fuori più spesso di quanto uno si aspetterebbe.

Le mie riflessioni tra un couscous e una vodka sono culminate in un breve saggio pubblicato nel 2013 (e che chi volesse separarsi da 2 euri può acquistarlo su Amazon ancor oggi) al solo scopo di non doverci più ritornare; le indicazioni in esso contenute hanno in parte trovato riscontro nel progetto SPID col quale, però, è bene chiarire che non ho avuto nulla a che fare.

Il saggio cerca di descrivere cosa sia – a mio modo di vedere – la “persona digitale”: la sua identità, i suoi dati, la sua rete di connessioni, la sua “stream” di interazioni e commenti, affermando il principio fondamentale che l’unico proprietario e titolare di ogni diritto è la persona stessa.

Questo principio è a mio modo di vedere di un ordine superiore persino rispetto alla libertà di espressione ed alla vita stessa: prima di essere travolto dalle vostre obiezioni provo a dirlo in un altro modo. Da buon cattolico ho imparato che il valore supremo è la Verità, e non la Vita: se così non fosse, il sacrificio di Gesù Cristo e dei martiri da un punto di vista dogmatico non avrebbe il minimo senso….

Se dunque devo scegliere tra i due, personalmente scelgo la Verità.

E che vuol dire Verità su Internet? Beh, vuol dire avere certezza di chi sia la persona con cui parlo ed avere la responsabilità diretta e personale di ciò che scrivo.

Gli obiettori dicono: ma l’anonimato assoluto su Internet NON ESISTE, chiunque è tracciabile, commettendo il gravissimo errore di confondere l’identità di un dispositivo (legata sostanzialmente all’ineluttabile necessità di un indirizzo IP) con l’identità della persona: con tutta la loro tecnologia, loro (o se preferite, la NSA) possono sicuramente tracciare il dispositivo da cui è stato scritto un certo messaggio, ma assolutamente non provare che dietro alla tastiera c’era Gianni Catalfamo, interrompendo la catena probatoria che mi porterebbe ad essere penalmente responsabile delle pernacchie che indirizzo quotidianamente al mio amico Roberto Rossi dal mio indirizzo.

Succederebbe la stessa cosa se non esistessero le anagrafi: un reo potrebbe essere solo condannato se colto in flagrante innanzi a testimoni. Ogni processo basato su prove documentali perderebbe di significato perché se le suddette pernacchie le inviassi a Roberto per iscritto firmandomi pure, nessuno sarebbe in grado di provare che “Gianni Catalfamo” è quel tizio alto un po’ in sovrappeso e sbatterlo in galera come merita.

Dunque in uno Stato di diritto l’anonimato personale è ottimo ed abbondante, garantito proprio dallo Stato di diritto stesso.

E’ in uno Stato totalitario che viceversa, l’anonimato NON ESISTE: una Gestapo, un KGB, una STASI non si preoccupava certo di questi dettagli da leguleio: il sospetto trovato nei pressi della tastiera tracciata viene caricato di mazzate finché non confessa, e buonanotte ai suonatori!

Dunque il c.d. anonimato su Internet non protegge nessun dissenziente né gli garantisce protezione contro la polizia segreta del suo paese dittatoriale, anzi: facendogli credere di essere protetto, lo espone al gravissimo rischio di finire come Jamal Kashoggi.

C’è qualcosa da criticare nella proposta Marattin?

Eccome: ad esempio l’idea novecentesca che sia necessario “depositare la carta di identità” (creando un potenziale rischio per la custodia di dati in capo a soggetti esteri) quando persino in Italia c’è lo schema SPID che è perfettamente capace di identificare la PERSONA senza mandare dati in giro, oppure l’idea che una iniziativa del genere possa essere nazionale quando è ovvio che deve essere di respiro ALMENO europeo.

Ma del resto, stiamo parlando di un tweet, non di una proposta di legge già scritta, per arrivare alla quale si possono e si devono introdurre importanti miglioramenti.

La direzione, però, è a mio parere perfettamente centrata ed andrebbe aiutata invece di osteggiarla per mal posto fervore ideologico o più prosaicamente perché “non l’ho detto io”.

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